“Le città di carta” di Dominique Fortier

“Ha bisogno di così poche cose che potrebbe benissimo essere morta – o non essere mai esistita”

“Le città di carta” di Dominique Fortier (Alter Ego edizioni) racconta la vita di Emily Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 – Amherst, 15 maggio 1886) senza però essere una vera biografia. Ci conduce nell’esistenza della poetessa americana affiancando i luoghi della Dickinson a quelli che hanno condotto la stessa scrittrice a conoscerla e a sentirla amica.


Trama:
Chi era Emily Dickinson? Più di un secolo dopo la sua morte, di lei non sappiamo quasi nulla. Nacque nel 1830 in Massachusetts, morì nel 1886 nella stessa casa. Non si sposò e non ebbe figli, gli ultimi anni li trascorse in clausura nella sua stanza. Tra quelle mura ha scritto centinaia di poesie, che ha sempre rifiutato di pubblicare. Oggi viene considerata una delle figure più importanti della letteratura mondiale.
Partendo dai luoghi in cui la poetessa ha vissuto – Amherst, Boston, il seminario femminile di Mount Holyoke, Homestead –, Dominique Fortier tratteggia la sua vita: un’esistenza essenzialmente interiore, vissuta tra giardini, fantasmi familiari e viaggi attraverso le pagine dei libri.
Le città di carta ci restituisce un delicato riflesso della Dickinson e ci fa riflettere sulla libertà, sul potere della creazione, sui luoghi in cui abitiamo e che a loro volta ci abitano. Un cammino incantato di grazia e bellezza.

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Certe esistenze si sfiorano come sconosciuti per strada.

A volte, certe esistenze, di quell’incontro fortuito dimenticano il giorno. Ignorano che sia successo. Capita però, che certe esistenze di anime affini, di quell’inciampo imprevisto ne fanno dono, motivo di cambiamento. Ritornano lì con la mente, come per scrutarne i legami. Per legarsi.

È così che si tessono vite parallele di estranei,  defunti e non morti. Di poetesse e Lettrici. Questi legami di voci fantasma parlano e talvolta, a queste, rispondono interrogando l’assente. Solidificano  dialoghi silenziosi dentro scrigni di cose non dette, in uno spazio di carta. E  mentre un’esistenza  scorre di vita, l’altra  ferma a un’epoca lontana resuscita nella mente di chi torna sui versi di quei castighi subiti, sulle speranze piumate, col tocco leggero di occhi devoti sull’inchiostro remoto, leggendo .  

Così, ignoti paesaggi, luoghi metafisici, città di carta avanzano sul reale, invertono gli orologi di passato e presente, e si infrangono in un coro di vento.

Emily Dickinson era una poetessa. Basterebbe questo per definirla perché , in fondo, lei è stata unicamente e interamente solo questo. Tuttavia l’abuso nel tempo di questa parola ne limita, nel suo caso, il valore incommensurabile dell’opera. Emily Dickinson è, ancora oggi, la vestale della poesia, la  donna del  profondo sentire. Osservatrice acuta, lei  è la  sacerdotessa della sua scatola misera, dentro un mondo scintillante di parole e silenzi.


<<Minima ed immensa >> – direbbe di lei la Merini. E tuttavia non basterebbe a definirla davvero.
Emily Dickinson ha genuflesso il corpo alla brama poetica; il fuoco alle parole dei suoi versi che ardono, pungenti. Oltre quel corpo minuto, le vesti modeste, il rifiuto del mondo, il negarsi come sposa, oltre quello sguardo di timida  apparenza, l’esistenza inedita e probabilmente folle, oltre … si cela una donna dall’intelligenza polemica: di chi non accetta riflessi, di chi non subisce comandi, di chi comprende solo dubitando e mai accogliendo indifesa.


Dominique Fortier,  scrittrice canadese vincitrice di  molti premi come autrice e traduttrice, nel libro “Le città di carta” accosta la vita della poetessa, alla propria . La pensa nella sua abitazione, ne immagina dialoghi e movenze nelle stanze paterne, l’osserva china sul foglio intenta a scrivere  versi, scruta quello sguardo di poetessa che scivola oltre la finestra della sua camera da letto. La resuscita per mano in un presente a lei sconosciuto, leggendo la sua voce di inchiostro sbiadito.

Lo fa con tocco di penna senza osare troppo, senza alzare la voce, senza snaturare il silenzio, caro alla scrittrice. Lo fa con devozione e rispetto. Lo fa quasi come fosse in preghiera. Lo fa , mentre lei stessa , trascinata dalla Dickinson, scorre in un passato ignoto, uno spazio di profondo mistero. Raccontando quella della poetessa, la Fortier ci permette di entrare anche nella propria. La vita della Fortier si tramuta in esistenza di carta diventando, come la Dickinson, personaggio da romanzo: esistenze di un sottosuolo incandescente, sovrannaturale e senza tempo. Vive solo se il lettore oserà resuscitarle.


























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