Roberto Bolaño: il genio selvaggio

Dieci anni dopo l’uscita del libro Detective selvaggi nel 1998, nasce il mito letterario del suo autore: Roberto Bolaño.

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Il mito, che lo collocherebbe nel limbo degli artisti maledetti, confezionato con una serie di stereotipate etichette che lo classificherebbero come – forse – eroinomane, errabondo, alcolizzato, diventano solo dei pretesti pop per “leggendare” un nome. Tutte cose che, in ogni caso, non influenzano l’opera letteraria e geniale dell’autore cileno, che resta tale, a prescindere dai fiocchi che la critica fa indossare al nome.

Roberto Bolaño era un uomo magro, feticista di montature per occhiali, ricercate e molto grandi, aveva un’ironia squillante e arguta, ma era soprattutto un lettore onnivoro.

Nasce in Cile nel 1953, da un famiglia molto povera e per niente colta. Il padre faceva il camionista, era anche un pugile professionista e si limitava a leggere storie di cowboy. Si trasferisce in Messico con la famiglia, e lì trascorre parte della sua adolescenza. Il Messico diverrà la sua terra adorata che citerà spesso nei suoi scritti. Giovanissimo, nella biblioteca di Città del Messico, comincia a leggere i classici, le poesie, i romanzi dei grandi letterati- Si dedica ai libri in modo onnivoro e passionale. Legge qualsiasi cosa gli capiti sotto mano, ma diventa la pecora nera della famiglia perché invece di dedicare tempo a trovare lavoro, legge e guarda film.

Torna in Cile quando avrà vent’anni. Lui si professa trotskìsta. e, quella stessa estate del 1973, poche settimane prima del golpe dell’11 settembre, rientra in Cile per appoggiare il processo di riforme socialiste di Salvador Allende, come raccontò lui stesso in una intervista e, per una strana sorte, si ritrovò coinvolto negli eventi che seguirono il colpo di stato di Augusto Pinochet. Fu arrestato e incarcerato.

La sua detenzione però, durerà solo otto giorni  grazie ad un’ennesima coincidenza: i secondini erano tutti i suoi ex compagni di scuola che riconoscendo Bolaño, fanno in modo che venga accelerato il processo nei suoi confronti e possa uscire. Il trauma causato dal colpo di stato, comincia a maturare nella sua mente e subito dopo nella sua  scrittura, diventando materiale per fare letteratura.

Bolaño intreccia continuamente nei suoi scritti il tema dell’esilio e dell’impossibilità del ritorno. I personaggi bolañani sono esseri in pena, condannati ad un’esistenza da stranieri, a vivere un senso di precarietà ed estraneità al contesto che li circonda. Così i legami si creano con la passione condivisa per la poesia o accomunati dal comune destino di esuli, a un’esistenza raminga.

«Nei sogni mi appaiono i morti, insieme a quelli che non sono né vivi né morti».
«Come non sono né vivi né morti?».

«Voglio dire quelli che sono cambiati, che sono cresciuti, come noi, senza cercare altri esempi».

«Ho capito, non siamo più bambini, è questo che vuoi dire».

«E a volte mi sembra che non riuscirò più a svegliarmi, che ho mandato tutto a puttane per sempre».

«Sono solo fisse, nient’altro, sai».

«E a volte mi viene tanta rabbia che devo cercare un colpevole, mi conosci, no, quelle mattine che arrivo con la faccia scura, cerco il colpevole, ma non trovo nessuno o peggio ancora trovo quello sbagliato e sto di merda».

[…]

«E allora penso che questo paese è andato a catafascio da tempo, che noi altri siamo rimasti qui per essere tormentati dagli incubi, solo perché qualcuno doveva rimanere a ciucciarsi i sogni».

Da lì a poco un incontro importante cambierà la vita dello scrittore: quello con il poeta Mario Santiago Papasquiaro che diventerà la sua spalla, esattamente come fu per Kerouac, Dean Moriarty. Papasquiaro sarà la sua metà trasgressiva, una musa.

 

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Mario Santiago Papasquiaro 

Insieme con Papasquiaro fonda il movimento letterario chiamato InfraRealismo che aveva come consegna di “far saltare in aria il cervello alla cultura ufficiale”. Mario Santiago Papasquiaro e Roberto Bolaño, seguaci del poeta Efrain Huerta contrapposti ai giovani poeti che seguivano Octavio Paz, in questo movimento che come lo commentò  Ruben Medina non ha un’estetica specifica : <<ma si propone  come una ricerca di nuove forme di espressione, di comunicazione, di intendere la poesia, connesse a quella che sarebbe la relazione Arte-Vita, riprendendo un po’ certe posizioni dell’avanguardia, un’avanguardia che finì per essere cooptata e che questi giovani vogliono in qualche modo tornare a sperimentare>>.

Le scorribande dei due scrittori (Bolaño e Papasquiaro) sono riportate, quasi in forma autobiografica, ne I detective selvaggi. Lo stesso movimento letterario, nel romanzo, verrà citato e si chiamerà  il  realvisceralismo. Una sorta di Dadaismo messicano.

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I detective selvaggi è un romanzo che ha inizio il 2 novembre del 1976 e finisce il 15 febbraio del 1977. E’ ambientato in Messico.  Juan García Madero ha diciassette anni ed è stato invitato a far parte del movimento “realismo viscerale”. Come è ovvio, ha accettato. I suoi mentori sono due poeti, o spacciatori, non molto più grandi di lui, Arturo Belano e Ulises Lima ( che sarebbero proprio Bolaño e Papasquiaro). Belano e Lima lo invitano nella loro corte dei miracoli, la villa delle sorelle Font. García Madero, si innamora subito dell’enigmatica Maria Font. Tra le svariate scorribande dei poeti, una notte di capodanno del ’76  aiuteranno anche una prostituta amica di Maria, a fuggire dal proprio pappone che ha intenzione di ucciderla. I poeti sono giovani e inevitabilmente squattrinati. Sabotano le prove letterarie dei colleghi seguaci di Octavio Paz. e pensano che la poesia sia una letteratura fragile: «Una fragilità assoluta. Gente che non solo dal punto di vista letterario, ma anche economico, non aveva futuro, come nello slogan dei punk, era senza futuro e si aggrappava alla poesia, e faceva bene a farlo… però aggrapparsi alla poesia durante un naufragio è come aggrapparsi al tappo di una bottiglia di champagne: non ti terrà a galla». A questo proposito infatti, lo stesso scrittore in un’intervista disse che cominciò a scrivere romanzi solo per una questione economica.

Bolaño muore nel 2003, per una cirrosi epatica, a soli 50 anni perché, secondo alcuni, non sarebbe riuscito in tempo a fare un trapianto di fegato in quanto, in quel periodo, era impegnato a scrivere il suo grande romanzo  2666, un tomo enorme e grandioso, di circa mille pagine, pubblicato postumo.

Dopo la morte dello scrittore cileno, la sua biografia si è arricchita di sfumature vere o presunte, che lo collocherebbero nel teatro ferale degli scrittori dell’inferno: come Rimbaud, Baudelaire, Verlaine, Plath, Wallace, e tanti altri, anche musicisti. Venature tutte che, sebbene sposino il mito del maledettismo, non invadono (ne a meriti e ne a demeriti) la genialità letteraria di  Roberto Bolaño che resta tale, a prescindere.

 

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