BannedBooks: curiosità su Lolita. La Arendt racconta Eichmann

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Hannah Arendt 

 

«Eichmann non era uno Iago né un Macbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo” – come Riccardo III – per fredda determinazione. Eccezion fatta per la sua eccezionale diligenza nel pensare alla propria carriera, egli non aveva motivi per essere crudele […] Per dirla in parole povere, egli non capì mai che cosa stava facendo. […] Non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo».

Hannah Arendt racconta il processo Eichmann , durante gli anni di Norimberga, dopo le stragi naziste.

Per tutto il processo Eichmann cercò di spiegare, quasi sempre senza successo, quest’altro punto grazie al quale non si sentiva “colpevole nel senso dell’atto d’accusa”. Secondo l’atto d’accusa egli aveva agito non solo di proposito, ma anche per bassi motivi e ben sapendo che le sue azioni erano criminose. Ma quanto ai bassi motivi, Eichmann era convintissimo di non essere un innerer Schweinehund, cioé di non essere nel fondo dell’anima un individuo sordido e indegno; e quanto alla consapevolezza, disse che sicuramente non si sarebbe sentito la coscienza a posto se non avesse fatto ciò che gli veniva ordinato – trasportare milioni di uomini, donne e bambini verso la morte – con grande zelo e cronometrica precisione. Queste affermazioni lasciavano certo sbigottiti. Ma una mezza dozzina di psichiatri lo aveva dichiarato “normale”, e uno di questi, si dice, aveva esclamato addirittura: “Piú normale di quello che sono io dopo che l’ho visitato,” mentre un altro aveva trovato che tutta la sua psicologia, tutto il suo atteggiamento verso la moglie e i figli, verso la madre, il padre, i fratelli, le sorelle e gli amici era “non solo normale, ma ideale”; e infine anche il cappellano che lo visitò regolarmente in carcere dopo che la Corte Suprema ebbe finito di discutere l’appello, assicurò a tutti che Eichmann aveva “idee quanto mai positive”. Dietro la commedia degli esperti della psiche c’era il fatto che egli non era evidentemente affetto da infermità mentale. (Le recenti rivelazioni di Hausner, che sulle colonne del Saturday Evening Post ha parlato di cose che non aveva potuto “esporre al processo”, contraddicono però questa tesi. Hausner ci dice ora che secondo gli psichiatri Eichmann era “un uomo ossessionato da una pericolosa e insanabile mania omicida,” “un individuo perverso e sadico”: nel qual caso avrebbe dovuto essere ricoverato in un manicomio.) Peggio ancora, non si poteva neppure dire che fosse animato da un folle odio per gli ebrei, da un fanatico antisemitismo, o che un indottrinamento di qualsiasi tipo avesse provocato in lui una deformazione mentale. “Personalmente” egli non aveva mai avuto nulla contro gli ebrei; anzi, aveva sempre avuto molte “ragioni private” per non odiarli. Certo, tra i suoi piú intimi amici c’erano stati fanatici antisemiti, per esempio quel Lászlo Endre, sotto-segretario di Stato addetto agli affari politici (problema ebraico) in Ungheria, che fu impiccato a Budapest nel 1946; ma secondo lui questo equivaleva piú o meno a dire: “Alcuni dei miei migliori amici sono antisemiti”.

Ahimé, nessuno gli credette. Il Pubblico ministero non gli credette perché la cosa non lo riguardava; il difensore non gli dette peso perché evidentemente non si curava dei problemi di coscienza; e i giudici non gli prestarono fede perché erano troppo buoni e forse anche troppo compresi dei principi basilari della loro professione per ammettere che una persona comune, “normale”, non svanita né indottrinata né cinica, potesse essere a tal punto incapace di distinguere il bene dal male. Da alcune occasionali menzogne preferirono concludere che egli era fondamentalmente un “bugiardo” – e cosi trascurarono il piú importante problema morale e anche giuridico di tutto il caso. Essi partivano dal presupposto che l’impurato, come tutte le persone “normali”, avesse agito ben sapendo di commettere dei crimini; e in effetti Eichmann era normale nel senso che “non era una eccezione tra i tedeschi della Germania nazista”, ma sotto il Terzo Reich soltanto le “eccezioni” potevano comportarsi in maniera “normale”. Questa semplice verità pose i giudici di fronte a un dilemma insolubile, e a cui tuttavia non ci si poteva sottrarre.

Eichmann era nato il 19 marzo 1906 a Solingen, una città della Renania famosa per i coltelli, le forbici e gli strumenti chirurgici che vi si fabbricano. Cinquantaquattro anni piú tardi, indulgendo alla sua vecchia passione di scrivere memorie, cosí descrisse quel memorabile evento: “Oggi, quindici anni e un giorno dopo l’8 maggio 1945, comincio a riandare con la mente a quel 19 marzo dell’anno 1906 in cui, alle ore 5 di mattina, vidi la luce di questa terra, in forma di essere umano”.

Eichmann è il nazista Otto Adolf Eichmann, che fu condotto dinanzi al Tribunale   distrettuale di Gerusalemme per rispondere di crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi sotto il regime nazista.

Eichmann, il grigio funzionario del Reich che si pensa perseguitato dalla sfortuna, che di suo pugno non ha ucciso nessuno (o forse una persona), che si sente mancare di fronte alle camere a gas, che si turba alla lettura di Lolita, che non ha idee sue, che cade vittima di momenti di afasia dov’è impossibilitato a spiccicare parola, non cede invece a nessuna forma di pentimento, superando in orgoglio il soldato sanguinario e il criminale efferato che uccide la vittime di suo pugno, dopo essersi unito a loro sessualmente.

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Otto Adolf Eichmann, durante il processo 

Risultati immagini per eichmann lolitaNe La banalità del male, resoconto del processo al supremo burocrate della Soluzione finale, l’SS-Obersturmbannführer Adolf Eichmann, celebrato a Gerusalemme nel 1961, l’inviata speciale del New Yorker Hannah Arendt non si lascia sfuggire un dettaglio curioso, cui dedica un’ampia digressione: “(…) a Gerusalemme il giovane poliziotto incaricato di salvaguardare il suo benessere mentale e psicologico gli dette da leggere Lolita, come svago; dopo due giorni Eichmann gli restituì il libro dicendo con aria indignata: ‘Ma è un libro proprio sgradevole!’”.

 

L’alone solforoso del libro di Nabokov bruciava ancora intensamente nella coscienza popolare del 1960.   Eichmann potrebbe aver visto Lolita come una sorta di cartina  tornasole per il male radicale; colui che aveva organizzato passivamente il trasporto verso la morte di innumerevoli innocenti si scandalizza della creazione di Nabokov.

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E’ pur vero che, come dichiarò lo stesso Eichmann, durante la sua vita adulta aveva letti solo due libri, uno dei quali The Jewish State di Theodor Herzl. Ma comunque le motivazioni della guardia di Eichmann, qualunque sia il grado di Eichmann comprensione e qualunque sia la congratulazione di Eichmann meritato per il suo disgusto, l’incidente solleva una domanda per lo studio sul lavoro di Nabokov , che non ha ancora ricevuto risposta

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