The Death – I morti di James Joyce (e un richiamo a Henry James)

Chi sono i vivi, chi sono i morti? The Death.

De I morti di James Joyce, ristampato nel 2018 per Passigli editore nella traduzione di Alessandro Gentili, se ne è discusso a Pisa, nella libreria Ghibellinalo scorso 16 giugno in occasione del Bloomsday,  alla presenza dello stesso Gentili e di Roberta Ferrari, docente di letteratura inglese, dell’Università di Pisa.

Libreria Ghibellina, Pisa

I morti  è il racconto che chiude la raccolta The Dubliners che Joyce termina di scrivere nel 1905 ma pubblica solo nel 1914.  Il racconto si apre con una festa, una ricorrenza, il ballo natalizio ad Usher’s Island nella casa delle Tre Grazie: le sorelle Morkan, Julia e Kate, e la nipote Mary Jane. Tre donne della buona borghesia che ogni anno, come di rito, aprono le porte della loro abitazione ad amici e parenti per celebrare le festività dicembrine. Gabriel Conroy, nipote prediletto delle signorine Morkan, è l’ospite più atteso insieme alla moglie Gretta. Tra gli invitati c’è anche un noto tenore, Bartell D’Arcy che però sembra non aver voglia di esibirsi durante la serata. Le conversazioni tra gli ospiti sono vivaci e variegate le argomentazioni: si  parla molto di musica, religione e cibo. 

Per quanto vivessero modestamente, credevano nel mangiar bene, il meglio di ogni cosa: lombate di manzo, tè da tre scellini e la miglior birra nera in bottiglia

Le sorelle Morkan infatti, sono famose per le loro arti culinarie e la preparazione di piatti succulenti. Mary Jane, da buona padrona di casa e insegnante di musica, intrattiene gli ospiti suonando il piano con <<mani di sacerdotessa in temporanea maledizione>>.

Il clima disteso e conviviale che si avverte nella prima parte della serata si atrofizza poco per volta. Durante le conversazioni, gli ospiti sembrano slegarsi, si offuscano, sono insofferenti. Vengono rapiti dai loro pensieri, i sorrisi diventano un riflesso di espressioni altrui, le mani vengono battute per adeguarsi al suono di altre mani che applaudono. Gli invitati sono distanti dall’ambiente che condividono. Il calore che li unisce durante la prima parte della serata si raffredda  fino a solidificare la distanza.

<<Si ha come la sensazione di ascoltare una musica tormentata dal pensiero>>.

Gabriel si sente osservato, quasi perquisito dagli sguardi inquisitori della signora Ivors  “una giovane signora loquace di franche maniere” che improvvisamente sembra interessata al suo lavoro di recensore. Gabriel infatti recensisce libri che firma però con le sole iniziali, per un giornalino locale.

<<Mi vergogno io per voi – disse con franchezza la signorina Ivors – Dire che scrivete per un giornalaccio come quello. Non credevo foste un britanno dell’ovest>>.

Ciò di cui potersi vantare, improvvisamente, per Gabriel diventa motivo di vergogna. Cambia l’umore, l’espressione, il pensiero, il ruolo, il senso del nome. Cambia ogni cosa. Ripensa al discorso che dovrà fare, come di consueto, durante la cena e  il monologo forbito, e ricco di citazioni, ampolloso che aveva preparato, forse provando a impressionare gli ascoltatori, in quel momento nella sua mente si rivela insufficiente, pomposo, finto.

Vecchio e retorico: scritto, non più forse ma unicamente, per impressionare gli ascoltatori. Niente di ciò che avrebbe detto è quello che avrebbe voluto esprimere.  Circostanziale: esattamente come quelle ritualità che ha l’obbligo di onorare e rispettare. Perché parteciparvi? Perché rispettarle?

Ospitalità, buone maniera, sorrisi di circostanza come in un’illuminazione, o un’epifania, ai suoi occhi risultano,  improvvisamente, finte.

<<Signore e signori, non è la prima volta che siamo qui riuniti sotto questo tetto ospitale , intorno a questa tavola ospitale. Non è la prima volta che siamo beneficiari, o forse dovrei dire vittime, dell’ospitalità di certe buone signore>>.

Come una morsa che soffoca e toglie l’aria, l’ospitalità, una dote nobile e rinomata del popolo irlandese, diventa di colpo un rito sgradevole, un difetto nobile.  Ecco la prima epifania del protagonista: accorgersi di vivere eventi senza il gusto di farlo, di partecipare alla vita come automa e non come protagonista. L’accettazione passiva ad un misero invito, per Gabriel diventa il preludio per un’analisi più ampia.

<<Viviamo in un’epoca scettica – dirà Gabriel durante il suo discorso – e, se posso usare l’espressione, tormentata dal pensiero. A volte ho paura che questa nuova generazione , istruita o iperistruita che sia, manchi di quelle doti di umanità , ospitalità , affabilità che appartenevano a più vecchi tempi>>.

 E’ così deplorevole scoprirsi stanchi di encomi e riti che sembrano svuotarsi di significato? Ci si può scoprire disumani infrangendo le tradizioni? O è solo timore di abbandonarsi al nuovo?  Di aprire gli occhi? Di vedersi diversamente? Di cambiare?

Non sarà l’unica rivelazione che Gabriel Conroy avrà quella notte. Durante quella strana serata di festa infatti, il giovane e amato nipote delle sorelle Morkan scopre l’esistenza di un nome. Il nome di un uomo legato al passato della moglie Gretta. Un uomo che lei ha amato e di cui lui non era a conoscenza. Gabriel scopre quindi di non esser stato l’unico uomo che la sua consorte abbia amato. Michael Furey, uomo appassionato e passionale, amato e ricambiato dalla donna della sua vita è la seconda epifania di Gabriel. Lui, l’estraneo, il fantasma, il morto, ha il potere, a distanza di anni, col solo ricordo, di commuovere Gretta.

Vivo. Il ricordo è vivo. E se lui è vivo per lei, nonostante sia una storia morta, allora è Gabriel il fantasma, l’estraneo, l’ombra, il morto.

Vivi e morti si fondono, si confondono, si scambiano nomi, ruoli. Convivono. Si mescolano come carte da gioco nella stessa dimora. Si riscoprono in sospensione, in rivelazione, in scintille stridenti di verità, in ricordo, di presente passato.

<<La sua anima si era avvicinata a quella regione dove dimorano le vaste schiere dei morti. Ne aveva coscienza, ma non riusciva ad afferrarla, la loro esistenza tremula e imprevedibile. La sua stessa identità svaniva in un mondo grigio e impalpabile: quello stesso solido mondo, che quei morti avevano un tempo edificato e abitato, si andava riducendo e dissolvendo>>.

Esattamente come ne “Il carteggio Aspern” di Henry James anche ne “I morti” di Joyce, le donne dei rispettivi testi vivono in dimore isolate, avvolte nel loro mondo fatto di arte e buone maniere. Donne distanti e intoccabili, rispettate e forse temute per quel granitico codice morale che le investe, come un’armatura. Vergini, per scelta o per rispetto di un amore perduto, quelle raccontate sono donne di classe, di gusto e dell’alta borghesia. Le tre Grazie, zie e nipote, Morkan vivono circondate solo dalle persone che ritengono alla loro altezza, esattamente come accade per Miss Juliana Bordereau e la nipote Miss Tina ne Il carteggio Aspern: <<erano animali braccati che fingono di essere morti>>.

il carteggio Aspern – recensione

Così, mentre le donne di entrambi i racconti vengono descritte  come le custodi di valori antichi e ospitalità. Segreti, ricchezze, carteggi, ricordi e amori legati al passato (Gretta e Miss Juliana Borderau) gli uomini invece (Gabriel e lo studioso di James) sono spinti, per bramosia o per necessità, a scoprire la verità, ad aprire gli occhi.

E se in un primo momento la soglia tra i due mondi, in Joyce e in James, sfuma fino a diventare invisibile e,  vivi e morti camminano sulla stessa terra, L’epifanie e le curiosità spingono i protagonisti ad andare oltre la foschia veneziana, e la bianca e fittizia serenità donata dal candore della neve, dunque a riappropriarsi della vista. Della verità. A tornare vivi.

Immensi capolavori capaci ancora di far discutere, riflettere e provocarci e che, ahimè, gli scrittori contemporanei non riescono a farci dimenticare.

 

 

 

 

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