“Zucchero e Catrame” di Giacomo Cardaci

Non serva che sia io a dire quanto Giacomo Cardaci scriva bene. Anzi benissimo.  Basterebbe  annoverare i numerosi Premi letterari vinti – tra cui il “Pier Vittorio Tondelli” o il “Piero Chiara Giovani” -, rammentare le pubblicazioni giuridiche – perché Giacomo è anche giurista –  e gli altri suoi romanzi pubblicati in precedenza ( Alligatori al Parini e La formula chimica del dolore ) per  farci incuriosire.

Con Zucchero e Catrame ( edito da Fandango Libri) , titolo della sua ultima fatica letteraria, che (credo) omaggi la Milano cantata dal maestro Lucio Dalla:

… Milano sguardo maligno di Dio
Zucchero e catrame
Milano ogni volta
Che mi tocca di venire.

Mi prendi allo stomaco
Mi fai morire…

Giacomo Cardaci mi ha conquistata come lettrice.

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Zucchero e Catrame è un titolo che esprime chiaramente il sapore e l’odore del romanzo; una disfida bianco – nera, senza sfumature; una lotta squisitamente dolce e allo stesso tempo cinicamente amara, crudele e spietata, con l’Io.

E’ la storia del coming of age di Cesare, un ragazzino allegro e inquieto, chiacchierone e sensibile alla ricerca del suo posto nel mondo. Ama giocare con le Barbie e sogna di fare il parrucchiere ma, poco più che diciassettenne, si ritrova a raccontare la propria storia al compagno di stanza, Moustafa, dentro la cella di un carcere minorile.

L’infanzia di Cesare è segnata da pochi momenti lieti, trascorsi perlopiù  in compagnia dell’unica compagna di scuola con cui riesce a legare, Ines (che lui chiama Lines),una tipa bruttina e pelosa convinta che il padre morto-ammazzato si trovi su Plutone;

<<Lines mi evitava di sembrare ciò che non volevo essere: un bambino senza amici.>>

e da Giovanna, una donna  senza marito e senza figlio, morto di AIDS, con il vizio di fomentare certe sue ‘tendenze’.

Il racconto inizia quando, per il suo bene, i genitori decidono di iscriverlo nella stessa scuola frequentata dal fratello Fabrizio: dalle suore, alla San Giusto Martire. Lì è il posto dove conoscerà Ines e dove comincerà la sua lotta contro le streghe (suore).

Il padre di Cesare è il proprietario di un bar in un paesino vicino Udine, un uomo violento, razzista e rozzo con cui Cesare litiga spesso perché lo vorrebbe diverso da quello che è. Cesare comprende subito che con lui si poteva essere soltanto in un modo: uguale a lui. 

<<Ti chiamano Vanessa perché fai la femmina. Non vedi come ti muovi, non vedi come parli. >>

La madre è una donna commovente, nonostante la sua incapacità di reagire ai toni bruschi del marito, all’inadeguatezza di nascondere le fragilità, le lacrime, le crepe, sa perdonare tutti, è sempre presente per la sua famiglia e ha il dono di mediare e assorbire tutti i colpi violenti che la vita le riserverà.

In quel traumatico cammino di crescita affrontato da Cesare, e durante quel conflitto tra l’Io- e- il- mondo, le sue scelte travagliate si dipanano tra la necessità di fare la cosa giusta, di non deludere i genitori, di non farli vergognare di lui, e al contempo di obbedire al proprio carattere e a essere ciò che è.

<<Dalla prima elementare avevo intuito che per stare a galla dovevo piacere agli altri: dovevo piacere per quello che dicevo , per quello che facevo, per come lo facevo.>>

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Giacomo Cardaci

Tutte le certezze di Cesare crollano rapidamente quando, con la famiglia si trasferisce  in un paesino vicino Milano: perde Giovanna e  la sua unica amica-compagna  Ines. Da quel momento i fantasmi tornano a galleggiare nella sua mente.

Nel suo palazzo vive un ragazzo di nome Gabbo, un tipo muscoloso, sfrontato ed eccentrico, il suo esatto contrario: Cesare ne resta folgorato. Vuole essere lui. Decide, allora, che deve comportarsi come lui. E per essere come Gabbo può solo prendere esempio dall’unica persona violenta che conosce veramente bene:

<<Un momento, cioè, in cui ho finito di essere proprio io e ho cominciato a essere un altro , l’unico che potevo essere, l’unico da cui potevo trarre esempio: uno come mio padre.>>

Inizia a frequentare le slabbrate vie di periferia, si muove come un’ombra tra le luci nebbiose di quei quartieri, in tabaccherie malfamate,  tra palazzi nuovi e vecchi vizi umani.

Anche Gabbo, come Cesare, ha problemi con il padre/patrigno Alfio. Entrambi vivono l’esperienza di scontro generazionale, parentale con i loro padri, benché non si scambino mai opinioni in merito. Entrambi non riescono ad avere con loro un rapporto sano.

Cesare cambia atteggiamento, cambia linguaggio, diventa violento, vive una terza vita in una terza società, in quella riserva di disagio e delinquenza, prostituzione, malaffare, contrabbando. Muta il suo linguaggio, muta il suo atteggiamento, si nasconde, muto, nel suo cambiamento. Trasforma ogni cellula per piacere agli altri. Per trovare, ancora una volta, se stesso.

<<Nessuno desiderava che, anche a Milano, rimanessi una Vanessa; per questo, dopo gli anni del collegio, mi ero fabbricato – me ne rendo conto soltanto ora – una muraglia difensiva contro quel pericolo.>>

Zucchero e Catrame è un libro inflessibile e severo. Duro come pochi. Per certi versi sembra di muoversi tra le pagine di un quaderno pasoliniano, tra quelle borgate nei sottosuoli romani, dove ogni cosa è destinata a un lento processo di autodistruzione.

La famiglia è  il primo luogo dove si fa esperienza del potere. Il campo di battaglia, fondamentale che insegna come ottenere ciò che si desidera dagli altri e definisce il carattere.  Cesare impara a proprie spese che in famiglia, come in società, si può essere amati e perdonati, ma anche manipolati, controllati, puniti e addirittura violentati, da persone di potere.

Il ruolo della madre, del padre, del fratello e degli amici forniscono a Cesare una chiave per decidere cosa essere, per adottare un atteggiamento riguardo al potere. In questo caso, per Cesare l’unico modo di sopravvivere è simulare l’atteggiamento di chi ha sempre detestato, il conflitto padre-figlio che lo ha sempre fatto soffrite.  Ed è forse questo il motivo principale per cui in un primo momento evita di mettere in atto quel potere. Ne ha paura.

Non sappiamo se ci sia mai una vera redenzione per le azioni commesse o se queste siano necessarie per cambiare, ancora una volta. Il fattore indubitabile sta nella difficoltà di tornare indietro nel tempo per rimediare a una frase detta o a un’azione commessa. La tortura più amara è certamente il non saper perdonare se stessi.

<<… il carcere è il museo dell’odio. Ma il peggiore di tutti è l’odio rivolto verso se stessi, che è nato e si è stratificato grazie agli altri: è per questo tipo di odio , credo, che io sono qui.>>

E’ un libro senza sconti e deve essere letto.

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