“Nuttata e figlia fimmina” -la sicilianità nel libro “La figlia femmina” di Anna Giurickovic Dato

“La figlia femmina” (Fazi editore) è il potente romanzo esordio di Anna Giurickovic Dato, giovane autrice di origini catanesi che da anni vive a Roma.

La figlia femmina è un dramma borghese in cui il rapporto tra Giorgio e sua figlia Maria di appena cinque anni, nasconde un segreto inconfessabile. Tra le mura domestiche di quella abitazione di Rabat infatti, si consuma il più vile dei drammi.

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<<Il padre accarezza le sue parti più nascoste, prima lentamente, poi con determinazione.>>

La narrazione si snoda su un doppio piano spazio-temporale, passato e presente, e due località, Rabat e Roma, in cui vive la famiglia di Maria. A narrarci la storia sarà la madre, Silvia che, follemente innamorata di Giorgio, è assolutamente incapace di vedere cosa stia succedendo sotto i suoi occhi: una cecità imperdonabile come condanna di una incapacità degli adulti di difendere le fragilità e le debolezze dei propri figli.

Neppure quando Maria inizierà a soffrire  d’insonnia, ad avere atteggiamenti ambigui a scuola, a comportarsi male nei confronti della madre, Silvia cercherà di capire le ragioni di quell’atteggiamento nevrotico e brusco, anzi, al contrario, tenterà di mantenere largo questo valico che si è creato tra loro; finirà per chiamare sua figlia ‘mostro’ , ‘ malata’, ‘pazza’.

Dopo la misteriosa morte di Giorgio a Rabat, Maria e Silvia ritornano nella loro vecchia casa a Roma.  Silvia si innamora di un altro uomo, Antonio, un pittore dal carattere ambiguo. Dopo un anno di frequentazione decide di presentarlo a Maria organizzando un pranzo domenicale in casa: evento che risveglierà antichi drammi. Il pranzo sarà accompagnato da abbondanti bicchieri di vino che tutti i commensali berranno e, tra la mente annebbiata e il senno stordito, Maria sembrerà voler sedurre il nuovo compagno della madre.

<<Ora mi dico:”Posso mai pensare così male della mia bambina?” […] “Ma sono cose che si dicono, queste, a una ragazzina così? E lei, santo cielo, dove ha imparato a fare questi giochi?>>

Tutti i personaggi della storia sembrano vivere una vita propria in modo ‘indifferente’ ‘solitario’ vuoto e vacuo. La sensualità della piccola Maria, che per altro porta un nome di mistica memoria, è distante dalla Lolita descritta da Nabokov nell’omonimo romanzo; siamo di fronte ad una sensualità sofisticata e originale, vicina, forse, più a “La lupa” di Verga. Maria è giovane, bella, disperata, arrabbiata, emana un grido nel buio che la madre riuscirà a cogliere però, solo alla fine.

La società decadente descritta dalla Dato annuncia il deturpamento e la fine della ‘grande bellezza’ dell’innocenza, e ne rivela le falle emotive degli affetti familiari e genitoriali che, in qualche modo, restano ciechi e sordi alle urla di chi gli è accanto.

La predilezione del titolo “La figlia femmina” tende a sottolineare la scelta del punto di vista narrativo che è appunto quella della madre, Silvia, ma avendo la Dato anche origini siciliane, non si può nascondere la grande forza folkloristica che quest’assioma abbia in terra sicula.

Con il detto popolare ‘ nuttata e figlia fimmina‘ (nottata e figlia femmina) si stava a sottolineare che, l’arrivo in casa di una figlia femmina, era un grave dramma, una perdita gravosa, e per qualcuno una vera maledizione in quanto, essendo donna, non avrebbe potuto aiutare in campagna e nei lavori manuali, quindi non avrebbe potuto contribuire alle finanze della famiglia, inoltre per potersi sposare avrebbe necessitato di una generosa dote. Il detto veniva utilizzato per sottolineare una situazione che aveva ricevuto la beffa oltre il danno.<<Le figlie femmine… in molti paesi se sono brutte è un vero problema.>>

Una sfumatura di sicilianità si riscopre anche in un brano del libro della Dato in cui dialogano Silvia e Maria:

<< Che fai, non la cali?>> 

<<La calo, ora la calo. Te ne faccio poca pure per te>>. 

<<Ma poca poca, perché mangio solo per farti un piacere>>.

“Calare la pasta” è un tipico modo di dire in Sicilia per esprimere il gesto di mettere la pasta nell’acqua quando bolle. Come viene definito nel sito dell’Accademia della Crusca è un “meridionalismo, ben attestato e vitale, ma in uso presso un numero di parlanti minore e di provenienza geografica più circoscritta”.  Della serie: buon sangue non mente!

“La figlia femmina”  è un romanzo complesso e potente, un incredibile esordio per una giovane scrittrice, ventisettenne. Attorno alla storia di questa famiglia si annidano tematiche assai differenti: sembra a tratti la «commedia» di una società fantasma che sta perdendo progressivamente ogni legame con la realtà autentica, con gli affetti veri della vita, e si aggrappa all’amore malato, ai gesti, alle parole.

La famiglia borghese è in declino, la classe degli adulti è alla follia e l’innocenza è deturpata da un destino crudele che le ha messo accanto chi dovrebbe costruire un futuro, ma invece rovina l’infanzia, principio e fondamento della vita.

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