“Il paradiso degli animali” di David James Poissant

Sedici racconti e una scrittura talmente capillare da concedere all’immaginazione il privilegio di sentire e vedere, più che di leggere, queste storie di vita quotidiana che David James Poissant, racconta ne “Il paradiso degli animali” (edito NN editore, traduzione di Gioia Guerzoni, pag. 302) libro vincitore del Florida Book Award 2014, finalista al Los Angeles Times Book Prize e al PEN/Robert W. Bingham Prize.

Opera prima del giovane scrittore americano, i cui racconti sono apparsi in diverse riviste, hanno vinto numerosi premi tra cui l’Alice White Reeves della National Society of Arts & Letters.

14484589_1346962398662264_63504899338093375_nUn successo clamoroso che merita tutta l’ovazione della critica che per altro l’ha assurto al ruolo di “new sensation” della narrativa statunitense e ha accostato la sua scrittura a quella di Raymond Carver, a Saunders e alla O’ Connor: roba da fare invidia agli scrittori, insomma.

“Il paradiso degli animali” di Poissant è irriverente, underground, umido come la strada dopo la pioggia o fumoso come le bettole di periferia, ma frequentati da gente benestante. Apre gli armadi delle nostre case, vi fruga dentro senza discrezione, senza la vergogna di poter trovare roba compromettente, ma anzi è proprio quella che sta cercando. Per ognuno di quegli scheletri ci racconta la loro storia, senza risparmiarsi i dettagli più scabrosi. Poissant ce le racconta in punta di piedi, con bellezza stilistica e folgorazione, come di chi è sinceramente curioso, con una scrittura asciutta tipica del giornalista, e una vena poetica tipica dei grandi scrittori che sanno bene dosare cronaca e amore.

Sedici racconti incentrati sui rapporti tra esseri umani. Storie complesse, sempre sul filo del rasoio. Vite che mancano di un tassello, di un dettaglio, di una conferma di cui sono in cerca.

Descrive il rapporto complesso tra genitori e figli: nei suoi racconti, il padre viene sempre (o quasi) descritto come il genitore che deve sopperire alle mancanze, che arriva in ritardo a capire le cose, che chiede – a suo modo – perdono al figlio; come nel caso de L’uomo lucertola o Il rimborso.

L’amore tra uomo e donna diventa tossico, asfissiante, al limite dell’umano. Un nevroromanticismo tipico del nostro tempo che confonde l’amore con la paranoia e l’ossessione.

Fare l’amore o scopare non sono solo atti motivati dalla passione o dal sentimento, ma meri allenamenti fisici, esercizi mossi dalla noia e dalla voglia di trasgressione. Ci si annulla per l’altro forse per paura di poter perdere una parte di sé stessi.

<<(…) una coppia non può andare avanti così, una persona soddisfatta e l’altra che non sa nemmeno come sta.>> (da Il braccio ).

 Nel racconto “La fine di Aaron” Aaron e Grace sono fidanzati da molti anni, vivono da un po’ di tempo in una cantina sotterranea a causa di questa strana fobia, ossessiva compulsiva di cui soffre Aaron, il quale crede che la fine del mondo possa arrivare da un momento all’altro. Grace, per amore, cede alle sue richieste, anche alle più assurde, come comprare chili di carne essiccata, miele e scorte di cibo sottovuoto a lunga scadenza, prima che arrivi la catastrofe. Lo asseconda in tutto, perché sa che questo malessere di Aaron durerà poco tempo, a causa di questa remissività, cade in quella trappola tossica in cui nessuno dei due riesce ad aiutare l’altro, ma si trascinano reciprocamente verso un sentiero senza via d’uscita. Anche il sesso diventa un mero esercizio vivace, scevro di passione e sentimento. Solo puro atto fisico, benché ne dica Grace di questo suo sentimento che si ostina a definire amore.

<<Dicono che se hai abbastanza adrenalina in corpo puoi fare di tutto. Senti storie di uomini che si riprendono un braccio staccato dalle fauci di un alligatore, madri che sollevano automobili sotto cui ci sono i loro figli. Sono sopra Aaron, ma vedo troppo tardi che il peso del mio corpo non è niente in confronto a quello che gli corre nelle vene, e capisco che l’ho deluso ancora.>>

(da La fine di Aaron)

Idem nel racconto “Come aiutare tuo marito a morire” in cui la scrittura di Poissant diventa cruda come le foto dei reporter che hanno il compito di immortalare i corpi esamini degli omicidi: inquadratura, fermezza, scatto e pellicola impressa. Un vademecum per mogli che devono affrontare la malattia del proprio marito, dunque l’arrivo della morte.

Le donne sono più intelligenti degli uomini. Poissant le descrive come esseri scaltri, furbi. Sono più adulte rispetto agli esseri di genere maschile.  Capaci di prendere decisioni e risolvere questioni di qualsivoglia natura. Il bagaglio del passato spinge a comprendere il carattere dei personaggi e alcuni flashback giustificano le azioni dei suoi protagonisti. Poissant racconta tutto ciò che di scabroso abbiano potuto fare i suoi protagonisti, ma in modo giusto, senza trascurare il loro vissuto.

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Non posso ignorare gli animali all’interno del libro: ne porta all’attenzione il titolo, e la critica ne ha dato così tanta importanza, da lasciar credere di dover trovare chissà quale significato nascosto (api, coccodrilli, cani, bufali, scoiattoli, gatti), a mio parere rimangono elementi narrativi di paragone.

Gli animali amano e soffrono come noi, ma senza il supplemento degli psicofarmaci. Hanno una vita più semplice perché vivono di istinto  e le loro esigenze sono più elementari delle nostre: di certo non si ingarbugliano la vita, come facilmente riesce a noi.

Gli animali sono la esemplificazione degli stessi rapporti umani, come viene detto nella poesia di James L. Dickey, che dà il titolo al libro, ed è riportata nella controcopertina: “sotto l’albero/cadono/sconfitti/si rialzano/si rimettono in cammino”; cosa che, come indicato sempre nella prefazione “è quello che tutti tentiamo di fare”.

I racconti di Poissant non potrebbero annoiarti neppure se lo volessi. Dopo i primi tre, sai già che quel clima, inizialmente sobrio, nasconde qualcosa che non ti aspetti, così, tra il lettore e il libro, inizia questo gioco a scacchi, o a ‘indovina cosa accade adesso‘, che finisce sempre in un modo diverso da come stavi immaginando.

Il dramma e la catastrofe sono alle porte. L’adrenalina della scrittura di Poissant è la corsa all’ultima possibilità, all’ultima occasione di riscatto. Centrale il tema del viaggio e del perdono: il libro si apre all’alba e termina al tramonto e inoltre, tutti i protagonisti hanno qualcosa di cui farsi perdonare. Poissant ti fa piangere,  ti fa ridere.

Immagini di essere uno di quei tizi le cui vite sembrano uscite dagli episodi del telefilm Shameless. Senti sulla pelle tutto quanto descriva, e per questo alcune di queste short stories diventano pungenti, come se un animaletto iniziasse a correrti sulla schiena e avvertissi solo il formicolio fastidioso che non vedi l’ora che finisca.

David James Poissant con un’analisi cinica e clinica della società contemporanea affronta tematiche relazionali, di vita quotidiana e di rapporti umani sempre più complessi. A mio parere cerca, o suggerisce, un compromesso con i concetti chiave del nostro passato: la reinvenzione del concetto di amore e di famiglia. Per dirla alla Arthur Rimbaud – ma con un tema diverso- la famiglia e l’amore devono essere reinventati,  forse per raggiungere quella pace che sembra assomigliare al paradiso degli animali.

 

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