Intervista a Francesca Amato, l’erede musicale di Rosa Balistreri

Era nata da una famiglia povera di Licata la rivoluzionaria e coraggiosa cantastorie siciliana, Rosa Balistreri che oggi, 21 marzo 2017, avrebbe compiuto 90 anni.

La sua è una di quelle storie fatte di dolore e passione, polvere e sangue. Musica e rabbia.

A 16 anni fu costretta a sposare un uomo, Gioacchino Torregrossa, che non amava, ma che anzi chiamava “latru, jucaturi e ‘mbriacuni”, “ladro, giocatore e ubriacone”. Ebbe una vita tormentata Rosa, costretta a fare i lavori più umili, a rubare e  scappare continuamente da uomini violenti.

Trascorse alcuni mesi in carcere, accusata di tentato omicidio e fu abusata da un prete. Il 20 settembre 1990 “la voce” della Sicilia, nell’ospedale palermitano di Villa Sofia smetteva di cantare per sempre  a causa di un ictus celebrare, durante una tournée in Calabria.

“Faceva comizi, cantando” Rosa Balistreri, fu un’anticonformista indomita.

“Si può fare politica e protestare in mille modi, io canto. Ma non sono una cantante. Sono diversa, diciamo che sono un’attivista che fa comizi con la chitarra”.

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Rosa Balistreri 

La svolta artistica della sua vita avvenne a Firenze, dove vi rimase per circa vent’anni.

Lì conobbe musicisti e poeti, tra i quali Ignazio Buttitta con cui compose testi – come “Mafia e parrini”, “I Pirati a Palermu” – che hanno segnato la storia della letteratura popolare italiana:

<<N’arubbarru lu suli, lu suli
Arristammu allu scuru, chi scuru
Sicilia chianci!>>

Debuttò nello spettacolo nel 1966 partecipando a “Ci ragiono e canto” del Nuovo Canzoniere Italiano nell’edizione del 1969. Incise i primi dischi nel 1967 per una piccola etichetta, e fin da subito si dedicò a un repertorio di canti tradizionali siciliani.

A Licata, tutti conoscevano e conoscono la voce graffiante di Rosa Balistreri che oggi, nel suo paese natale, viene celebrata con l’iniziativa “Buon compleanno Rosa”. 

La voce graffiante e tragica di Rosa Balistreri denunciava il dolore di una terra arida, quella  della sua Sicilia, della solitudine delle carceri, del duro lavoro nelle miniere di zolfo, la connivenza tra mafia e chiesa. E, in tutto quel dolore, ne emergeva al contempo anche un amore assoluto per la propria terra.

Era una cantastorie, donna, attivista e siciliana. Era una donna scomoda.  La sua ‘carriera’ comincia in chiesa, cantando nei cori. Conquistò i locali, le piazze, partecipò a Sanremo nel 1973 con la canzone in italiano “Terra che non senti” che fu esclusa durante la prima serata, perché il suo genere musicale venne considerato fuori moda.

Il linguaggio spinoso e la crudezza delle tematiche inorridirono gli ascoltatori – Mentre oggi le sue storie cantate risultano essere di grandissima attualità-.

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L’autru punta e spara
Unu minaccia ‘nfernu
L’autru la lupara

Mafia e parrini
Si déttiru la manu
Mafia e parrini
Si déttiru la manu

Chi semu surdi e muti
Rumpemu sti catini
Sicilia voli gloria
Né mafia e né parrini>>

(Mafia e parrini testo di Ignazio Buttitta, musica di Joe Fallisi – 1988)

Ho deciso di raccontare questa straordinaria cantautrice licatese attraverso la testimonianza di una giovane cantante siciliana, originaria di Santo Stefano di Camastra che oggi vive a Palermo, considerata l’erede musicale di Rosa Balistreri.

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Francesca Amato

Francesca Amato è tante cose. E’ un vulcano di energia artistica. Un concentrato di arte. Una donna eccentrica che non è mai scesa a compromessi e non ha mai avuto paura di ‘disobbedire alle regole’ del conformismo: chi ha mai visto una consigliera comunale con i capelli verdi? Francesca lo è stata.

E’ un architetto, ma senza tanta vocazione. E’ una scrittrice di poesie (ma ha in cantiere anche un’opera teatrale e un romanzo) con Aletti editore ha pubblicato la sua prima silloge dal titolo “Figghia cangiata” in omaggio a Pirandello, che ha vinto il primo premio “Città di Caltagirone”, con la prefazione del maestro Eugenio Bennato, con il quale collabora attivamente da alcuni anni.

E’ una una cantante di musica popolare e grazie alle sue esibizioni in giro per l’Italia, insieme al suo gruppo “Curtiggliu”   fa conoscere la musica e le parole di Rosa Balistreri.

A 16 anni dalla sua scomparsa, cos’è che più manca di Rosa Balistreri?

“Io credo che manchi la sua visione delle cose, quello che avrebbe detto, scritto, cantato in questo mondo ormai impazzito…lei col suo carattere spigoloso e difficile credo che ci avrebbe regalato momenti sia di riflessione che di divertimento. Sopra tutto, però, credo che manca la sua vulcanica energia ,quella grinta che solo le donne soffiate dentro dal dolore sanno avere.

Francesca Amato è stata definita l’erede di Rosa Balistreri: quanta responsabilità c’è in queste parole?

Tantissima, persino troppa, io credo che ogni donna che in Sicilia regali la sua voce alle sonorità popolari porti in sé questa grande eredità, il coraggio, la determinazione e perché no la bellezza di Rosa. Io credo di somigliarle maggiormente nel carattere indomito e nell’insofferenza alle regole”

So che hai avuto modo di conoscere Rosa, che ricordo hai di quell’incontro?

Ero una bambina, mio nonno mi portava spesso a sentirla e io ero intimorita da questa donna dalla voce potente…una sera ricordo che mi prese in braccio e io cominciai a urlare, lei disse “Mihh chi vuci,’sta picciridda,appena è grande sicuro canterà” e così è stato…”

Cantautrice di musica popolare, porti in giro le sue canzoni e attraverso le sue parole fai conoscere questa donna anticonformista, ma che tipo di pubblico raccoglie oggi Rosa?

Paradossalmente il pubblico più attento ed entusiasta l’ho sempre incontrato fuori dalla nostra isola, specialmente in terre come la Campania, dove l’amore per le tradizioni e le radici popolari è ancora molto vivo e direi “trasversale”, nel senso che unisce un pubblico assolutamente vario per età ed estrazione sociale. Qui da noi c’è ancora molto lavoro da fare, l’atteggiamento un po’ snob del siciliano medio lo rende diffidente verso questo tipo di sound, anche se alcuni paesi dell’entroterra come Polizzi, a cui sono legatissima, grazie anche a persone come Roberto Terranova,  combattono per mantenere vivo questo amore per il folk”

Fino a qualche decennio fa la musica popolare era relegata ai margini, ritenuta di basso livello, qualcuno la chiamava addirittura la ‘musica dei poveri’, oggi invece c’è una riscoperta del folklore. Cantare musica popolare è più una moda o una necessità ?

Ripeto, purtroppo questo atteggiamento in Sicilia continua ad esserci e la musica popolare nell’immaginario collettivo è sempre una “musica dei poveri”, d’altra parte fenomeni come la Notte della Taranta hanno reso la “musica popolare” un fenomeno di massa, cosa che secondo me è un po’ un’arma a doppio taglio, perché porta a snaturare la vera essenza del folk e a renderlo appunto una moda, mentre oggi più che mai, specialmente al sud, abbiamo bisogno di sapere da dove veniamo per capire meglio dove stiamo andando…”

Tu perché hai deciso di cantare Rosa? Come  è avvenuto questo incontro artistico?

Qualche anno fa ,ai tempi dell’università, quando è necessario trovare qualunque scusa per non studiare, decisi di seguire un corso di tamburi a cornice con il Maestro Massimo Laguardia, in pochissimo tempo capimmo che ero negata, ma nacque in me questa voglia di cantare, spesso mi avevano detto che la mia voce ricordava quella di Rosa e quindi è stato quasi naturale cantare le su canzoni, ricordo che la prima in assoluto è stata “Cu ti u dissi””

La prima donna siciliana che prende in mano una chitarra e  in quegli anni canta Mafia e parrini, sbattendo in faccia la verità, senza paura. Che coraggio aveva?

Rosa è il simbolo del coraggio delle donne del sud, delle vere brigantesse…già nascere donna qui è una condanna, devi faticare il doppio di un uomo per arrivare agli stessi traguardi, molte di noi sono schiacciate sotto il peso di “artisti uomini”, all’ombra dei quali tocca lavorare…Rosa non aveva bisogno di nessuno, con la sua voce sporca e la sua presenza scenica poteva dire qualunque cosa, poteva sputare in faccia alla mafia o cantare della pillola anticoncezionale con la stessa disinvoltura”

“Rosa smettila cu stu cantu, cantunu sulu i buttani”, Rosa era una paladina sola che urlava alla società il dolore, le violenze quotidiane. Il suo era inno alla ribellione e alla liberazione. Perché oggi c’è poca lotta in musica e alle prime classifiche delle vendite troviamo spesso canzoni che fanno rima con cuore e amore? E’ un paese senza meraviglie, come hai ben scritto tu?

“La gente è stanca, sembra che tutti siano assopiti in questo grande Matrix che sono i social, le indignazioni e i furori sono assolutamente passeggeri e per lo più rivolte ai più deboli, in una guerra dei pezzenti stupida e insensata. La musica, mossa dai talent e dalle logiche malefiche delle case discografiche, non è che lo specchio di questo grande vuoto culturale, ricordo che settimane fa nella bacheca di un amico lessi una discussione in merito al tormentone “Andiamo a comandare” e un giornalista difendeva a spada tratta il brano dicendo che se piaceva a tutti allora questo bastava a farne un successo, ma io non sono d’accordo, ogni forma d’arte deve fare riflettere e divertire allo stesso tempo, pensiamo a una Tammurriata nera, uno dei  testi più tristi della storia, ma dal ritmo coinvolgente ed esorcizzante, ecco la formula magica per un’arte dellemeraviglie.”

Un paese senza meraviglie- delirio di Alice è il titolo di una tua poesia che si trova nel tuo primo libro da titolo “Figghia cangiata” con prefazione di Eugenio Bennato che di te ha detto “Meno male che esistono in Italia giovani donne come Francesca che gridano al vento parole nuove, a infrangere stereotipi, a demolire luoghi comuni, ad increspare l’appiattimento di modelli indotti dall’alto, dal subdolo potere devastante della moda e della pubblicità.” cosa comporta essere diversi – come lo era Rosa, come lo sei tu – in un mondo stereotipato?

Comporta dolore e solitudine, uomini che ti avvicinano pensando che la tua eccentricità sia un invito, gente che ti giudica senza conoscerti realmente, comporta lacrime e litigi con la famiglia, io vivo davvero come una brigantessa, tra le montagne, con i miei cani, ognittanto una folata di vento viene a sconvolgere questo eremitaggio e di solito ne esco con nuove ferite. Rosa è morta in solitudine, questo è il prezzo, forse troppo alto, che pagano i diversi…”

Il tuo prossimo libro “Donna meridionale” è dedicato a Rosa?

Donna meridionale porta in sé la lezione di Rosa, il coraggio e il sacrificio di donne come Michela Di Cesari, Concetta Biondi o la piccola Angelina Romano, è il grido di rivalsa di tutte noi che rimaniamo in quest’isola bella e maledetta nonostante tutto, combattendo le nostre quotidiane battaglie…il canto di chi come me “raramente il vento consola, che fa l’amore piangendo forte, ma troppe volte lo fa da sola”

Parlaci del tuo spettacolo teatrale e del tuo romanzo, un giallo.

Questi sono progetti tutti in divenire, che fanno parte di un ‘avventura folle in ambiti che non sono i miei, per la prima volta cercherò di fare ridere la gente, cosa assolutamente non facile, mi muoverò tra i tic e le nevrosi di questa società veloce e lentissima, sperando che alla gente piaccia. Il libro giallo invece è un sfida con me stessa, per me malata di crime e Law&Order  è stato naturale volermi cimentare in questa impresa, che devo dire mi sta facendo molto divertire.”

Mi chiedo: cosa avrebbe detto Rosa di questa intervista?

io credo che le sarebbe piaciuta e mi avrebbe abbracciata…lo dico perché con gli occhi lucidi in questo momento immagino di abbracciare quella piccola grande donna e dirle grazie per avermi insegnato ad essere me stessa, malgrado tutto e tutti, grazie perché so che ogni volta che canto tu sei lì con me…”

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